Discorso del 6.12.’96 pronunciato da Wislawa Szymborska al conferimento del Nobel per la Letteratura.riflessioni di G.Sonnati

Un mio caro grande amico, (un ingegnere prestato alla finanza), che ama in modo smodato la poesia quasi suo unico genere di lettura,mi ha chiesto di scrivere qualche riflessione riguardo al discorso che Wislawa Szimbowska ha pronunciato ìl 7 dicembre 1996 ,al ritiro del Premio Nobel conferitole per la Letteratura.

La poetessa,in quell’occasione, pronunciò un grande discorso sulla poesia e su come i poeti considerino se stessi, data la peculiarità del loro lavoro.

Difficoltá in primis a esplicitare,se richiesto, quale sia il loro lavoro.

Scrittore, rispondono i più. Poeta non sempre, perché senza timbri e certificazioni non lo si è di fatto.

E infatti la biografia del poeta non viene celebrata e immortalata dai registi, perché mentre è facile riprendere un pittore o altro artista nelle fasi della sua creazione, non lo è affatto per il poeta.

Sarebbe alquanto noioso ritrarre qualcuno che per ore fissa un punto davanti a sé, scrive poche parole su un foglio bianco, e ne cancella poco dopo alcune.

Il lavoro del poeta “non è per nulla fotogenico”

Il poeta “perde tempo” e rimane lì, lasciando scorrere da qualche parte dentro di sé i pensieri, lasciandoli venire avanti, fissandoli su fogli di fortuna, al volo su file aperti d’emblé, su post-it, sul retro delle fotocopie, sulle controcopertine, a margine, sul bordo… sulle tovagliette delle mense o dei bar, sugli scontrini, da qualche parte.

La descrizione del lavoro del poeta che Wisława Szymborska ci propone, introduce la questione della solitudine. Si scrive per lo più da soli, più raramente in coppia e ancor meno frequentemente in gruppo. Ma non basta essere soli per sperimentare la solitudine.

Scrivere è anche attesa, pazienza, ascolto di sé, d’intorno a sé.

Ma il processo creativo interiore, rimane in ombra.

È apparente improduttività. Tempo sprecato. É rimanere in allerta, vigili, concentrati, senza demordere. Anche quando ci si alza, e si fa di tutto, fuorché scrivere.

Malvolentieri il poeta dichiara in pubblico di essere un poeta – quasi se ne vergognasse un po’. “Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto più difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…”

Grande discorso con tante gemme semplici e rare.

Nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, vita normale, normale corso delle cose… Tuttavia nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale.

Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa.

Nessun giorno e nessuna notte che lo segue.

E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.

A quanto pare i poeti avranno sempre molto da fare”

Per questo io ho apprezzato tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Cose…che molti “grandi” tra cui anche Giacomo Leopardi avevano pronunciato…”non so”

E l’ispirazione cos’è? Questa l’unica risposta possibile : L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so”.’

Io credo che quello che Wisława Szymborska non dice è che la lettura dei poeti alimenta la determinazione e la fantasia, la passione e la curiosità, l’elenco degli infiniti non so.

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