Otto mesi a Ghazzah street.di Hilary Mantel.recensione di Giuliana Sonnati

Romanzo autobiografico di Hilary Mantel ,orwelliano,come è stato più volte definito, che con lo stratagemma del calendario islamico l’autrice ambienta a Gedda nel 1986,in cui

uno degli aspetti non poco sorprendenti della vita nel Regno è che il tempo sembra scorrere a ritroso e dove a qualsiasi ora si parta , si ha sempre l’impressione di arrivare nel cuore della notte”

La trama molto avvincente, scorre veloce nei giorni del diario della protagonista Frances e assume piano piano il colore di un noir.

Frances, con alle spalle una professione di cartografa, è riuscita a raggiungere il marito ingegnere nel Regno Saudita per lavoro, dopo solo un mese e mezzo dalla partenza di lui, si accorge subito di essere arrivata in un paese palesemente e silenziosamente corrotto

quando la corruzione mette radici in un paese, si diffonde in un batter d’occhio dai re ai garzoni del tè, dai ministri agli archivisti”

Non a caso cartografa, quindi donna abituata a ordinare, sensibile e intelligente, si accorge subito di essere capitata in un luogo dove le cartine non servono, perché a Gedda niente viene pianificato,ma dove oggi si finisce di costruire un ospedale,domani verrá tracciata una strada,che lo spazzerà via.

Un paese dove niente è come sembra e i misteri dei vicini del piano di sopra o la cassa che appare e scompare dal terrazzo, infittiscono i misteri che le ruotano intorno.

Il ritmo del libro è veloce come i bulldozer che distruggono i compound, che una volta costruiti erano vista mare e poco dopo si ritrovano vista muro.

“Sono andata da una stanza all’altra e ho guardato fuori da tutte le finestre: dalla camera da letto principale, il muro, dalla camera da letto due, il muro, dalla camera da letto tre, il muro. Sono entrata in cucina, ma la cucina non ha la finestra, anche se c’è la porta di servizio con il pannello di vetro smerigliato”

Ed è all’interno di una costruzione solo vista muro che Frances si trova a trascorrere i giorni reclusa in mezzo a scatoloni non aperti, in una casa da dove per una donna è sconveniente e rischioso uscire da sola.

É qui che passa il suo tempo uccidendo scarafaggi,cucinando,scrivendo un diario, relazionandosi con le poche vicine,anch’esse poco sincere, misteriosissime.

Ma nelle rare uscite,rigorosamente accompagnata dal marito,c’é

la vecchia Gedda, le case addossate le une alle altre con le mura pastello sbiadite, i balconi schermati da fitti ricami per vedere senza essere visti che si sgretolano,il legno scolorito dal sole e dall’incuria fino a diventare color cenere”

Un paese dove le donne, vivono in semi schiavitù con il corpo e il volto celati nei loro veli, osservando il mondo da finestre chiuse, circondate da muri. Le donne qui

non mostrano la nudità delle braccia, non testimoniano nei tribunali e possono essere congedate su due piedi dal marito che semplicemente pronunzi un performativissimo: “divorzio da te”.

Ghazzahstreet, è un luogo che non accetta il sorriso delle donne, dove le donne non possono ballare né essere guardate dagli uomini, dove le donne devono solo cercare di essere il più possibile invisibili .Ma il loro incedere furtivo, che scivola lungo i muri come per occultarsi a occhi indiscreti

Non imbroglierebbe nessuno, quel modo di camminare è unico”

Gedda è anche il luogo

Dove i sessi vivono in uno stato di profondo sospetto reciproco, o meglio più uno stato di terrore reciproco”

Un luogo dove si sentono parlare tutte le lingue, e nei suq e nelle piazze si mescolano persone di tutti i colori. Ma non si fondono.

Un paese questo dove le strade diventano caotiche al costante richiamo dei muezzin alla preghiera,dove c’è un mondo asfittico, fatto di sofferenze mai dichiarate, silenzi disperati , segreti inconfessabili, di cui le donne sono allo stesso tempo vittime e complici.

Ed è attraverso il vetro di quattro finestre che nel finale del romanzo Frances scorge solo la superstrada, segno di una coazione al viaggio senza meta e senza prospettiva. È un movimento falso,una corsa senza tregua verso la mercantilizzazione del paesaggio. É perdita del sé, che si stratifica in ‘non luoghi’ tutti uguali a tutte le latitudini e tutti ugualmente insignificanti.

Queste le più moderne suggestioni contenute nell’explicit del romanzo, che era invece cominciato, nell’incipit, come un tuffo nel passato.

Un romanzo bellissimo,emozionante e allo stesso tempo angosciante.da leggere.

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