LA RAGAZZA.Racconto breve di Giulio Piero Baricci

5*Puntata

Era come se una forza misteriosa la spingesse verso quel cunicolo angusto, un cunicolo privo di luce e di aria, stretto e costretto com’era, tra il costone pieno di arbusti e la fitta fila di mori che si ergevano sul lato opposto della strada. Non aveva mai dimenticato la volta che, da piccola, tremando e piangendo di paura, vi era stata trascinata dalla mano decisa della mamma. Anche i rami delle rose e dei rovi l’avevano incitata a scappare. Si erano improvvisamente piegati in avanti, quasi a impedirle il cammino, cercando di aggrapparsi a lei. Non ricevette nessun graffio sulla pelle ma si disperò ancora di più. Le spine avevano strappato il suo vestitino, il bel vestitino bianco della domenica.

Da quella volta, la ragazza non vi era più passata, nemmeno per forza. Prima di farsi prendere la mano e tirare dentro, saliva sull’argine, correva per il viottolo e riscendeva nella strada appena superato l’oscuro passaggio. Per lei, comunque, il cunicolo non migliorava il tetro aspetto nemmeno quando lo vedeva dall’alto. E allora, ogni volta che arrivava lì, la ragazza girava di colpo la testa verso il torrente, dove lo sguardo non aveva impedimenti fisici né blocchi emozionali. Dopo, superata la zona, tutti i suoi incubi sembravano terminare e all’apparire della quercia, ritrovava l’allegria e la solarità appena smarrite.

Anche al di là dell’altro argine si stendevano numerosi campi lavorati. Man mano che si allontanavano dal Salarco, sembravano farsi sempre più stretti e impettiti, quasi volessero sfuggire meglio alla presa dell’ultimo avanzo di palude. La fuga pareva interrompersi bruscamente contro le sponde del canale Maestro ma poi i campi riprendevano a correre al di là, come se l’interruzione non ci fosse stata, come se quel profondo taglio di escavazione non esistesse o fosse già cicatrizzato. Alla fine, sereni e luminosi, terminavano la loro corsa affannosa distesi ai piedi delle colline cortonesi. Durante le chiare sere d’estate, la ragazza si accucciava spesso per terra e guardava il letto asciutto del torrente dove qua e là spuntavano esili fiori solitari, gialli o azzurri, e qualche cespuglio basso di un verde più smagliante dell’erba. Al centro del letto, ortiche, canne lacustri e alte fruste di scérpolo delimitavano, piegate verso l’esterno come i capelli lungo una scriminatura, un fosso stretto e poco profondo dove scorreva sempre l’acqua. Non riusciva a vederla, neppure da lassù, ma sapeva che c’era, la sentiva gorgogliare tra le canne e ne riconosceva la voce. Quella voce, a volte squillante, a volte più cupa, le raccontava del lungo andare fra sobbalzi e rallentamenti, improvvise rapide e lanci nel vuoto, e di quanto si sentisse viva e felice nel suo scorrere senza posa incontro al sogno della sua vita. Allora la ragazza si sdraiava per terra e ascoltava, poi si metteva a fantasticare a occhi chiusi.

Continua …

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