I racconti d’Appendice  (28)

L E I   M I   E’   S A C R A

(quinta puntata)

330px-Portrait_of_Lady_Caroline_LambDa allora in poi questi episodi divennero usuali. Lei mi scriveva su Fb le sue consegne: “potresti andare in posta a spedirmi una raccomandata? Io proprio non ce la faccio… La lascio in portineria, l’ufficio postale è a due passi da casa…”; oppure: “dovresti farmi un po’ di spesa, la colf oggi è malata ed io sono impegnatissima… Domani torna mio marito ed ho il frigo vuoto. Ti metto la lista qua sotto, poi mi dirai quanto ti devo.”
Ed io facevo tutto, sempre attentissimo e scrupoloso nell’eseguire quelle consegne da segretario, da maggiordomo, da domestico…
E più io eseguivo scrupolosamente i suoi voleri, e più lei diventava esplicita, ripuliva i toni; toglieva i “potresti andare” e scriveva “vai”, toglieva gli “avrei bisogno” e scriveva “mi serve”. Finché un giorno, alle quattro del pomeriggio, mi scrisse secchissima sul cell: “Vieni entro le cinque a casa mia, che devi portarmi fuori il cane.”

Mi precipitai con un taxi e quando arrivai mi si mostrò bellissima. Aveva un vestito bianco accollato davanti e scollato dietro alla Audrey Hepburn, attillato e corto appena sopra il ginocchio; aveva delle scarpe bianche, di vernice con un tacco medio; e sopra a tutto uno spolverino grigio, lungo appena più del vestito. Aveva i capelli sciolti spinti all’indietro e l’aria di una che ha fretta e deve uscire al più presto.
« Dai, che il piccolo non ce la fa più – mi sussurrò in modo nervoso – le chiavi sono sul tavolo, poi le lasci alla portiera… Ok? »
« Certo, stai tranquilla…» dissi io, mentre continuavo ad osservarla avidamente, come per fissarla bene nella mente in quel nuovo look spavaldo, prima che uscisse dalla mia vista per correre a quell’appuntamento con il suo amante.

Questo lo seppi dopo, badate. Me lo fece volutamente capire lei, per rendermi certo che io potevo essere solo un suo adoratore frustrato, senza speranza alcuna di ottenere qualcosa di erotico da lei, di sentimentale. Ma io lo intuii benissimo quel pomeriggio, e avevo già cominciato ad intuirlo quella sera dell’ultima festa…
Ciò voleva dire che la mia presenza nella sua mente in qualche modo la erotizzava, la eccitava! E il fatto che lei sfogasse quello stato di erotizzazione con un altro uomo non mi toccava più di tanto. Ero io che l’avevo erotizzata! Ero io che l’avevo fatta eccitare con il mio input di adorazione gratuita!
Quando l’avevo conosciuta era la classica perfettina borghese, che mai e poi mai avrebbe anche solo pensato di avere un amante; la cosa risultava per lei talmente “sconveniente”, talmente usuale, che mai avrebbe neanche concepito una possibilità del genere. Solo un gioco raffinato come il mio poteva spingerla verso l’eros puro, e farle finalmente esprimere la sua sensualità. Quella sera in cui l’avevo vista in minigonna hard era soprattutto su quel potenziale amante che voleva fare colpo dunque, su quell’uomo snobbissimo addosso al quale l’avevo vista “strusciarsi” in continuazione…

***

Ma quella sensualità ritrovata alla fine arrivò anche a me.
Una volta mi chiese di raggiungerla al mare, in Liguria. Mi disse che aveva bisogno di compagnia perché era lì da sola per una piccola vacanza di relax, e che la mia presenza l’avrebbe aiutata a rilassarsi. Presi alloggio in una pensione non distante dalla sua villetta e passai quel pomeriggio con lei.
Prendemmo un pattìno sulla spiaggia e quando fummo al largo, lei si mise distesa prona, si slacciò il reggiseno e mi chiese di farle il classico spalmaggio di crema solare.
Io, già eccitatissimo per quel tono deciso con cui me lo aveva chiesto (“Dai, spalmami un po’ di crema sulla schiena!”), mi misi in ginocchio di fianco a lei, mi versai un po’ di crema sulle mani e le appoggiai piano sulle sue spalle.
Quando le mie mani la sfiorarono, lei emise un piccolo fremito e poi si rilassò totalmente. « Vai… mi disse con un tono languido e secco – Si vai…»
Oddio, c’eravamo! Ora lei era la padrona dell’antichità. La Lesbia cinica e disincantata del povero Catullo, ed io ero qualcosa di più ancora rispetto a lui. Non ero soltanto l’ “odi et amo” dell’uomo schiavo d’amore che soffre per i tradimenti, ero proprio lo schiavo dell’antichità, quello che la padrona poteva anche uccidere, se voleva. Ero sfociato nell’antica Roma ora, in epoca precristiana, quando anche il sesso e l’amore erano puro gioco di potere, esplicito, quando la differenza tra sentimento ed erotismo neanche esisteva, perché l’incontro tra uomo e donna era sempre e soltanto puro eros.

Mentre continuavo ad accarezzarla sulla schiena, e a poco a poco scendevo verso il ridottissimo tanga che rappresentava il suo costume, lei, con i sottilissimi movimenti del corpo e con i brividi accennati che io sentivo sotto le mie mani, mi fece capire che desiderava che andassi avanti con le carezze. Io naturalmente mi impegnai al massimo e feci di tutto perché toccasse il culmine del piacere.
Quando sentii che aveva finito, mi staccai e mi alzai. Lei restò lì distesa in silenzio e mi sembrò addirittura che si addormentasse.

Ormai vi ho detto tutto. Potete capire davvero senza che vi dica più niente in che stato mi trovai nelle ore successive. Quando uscimmo insieme, la sera, sul corso del paesino ligure, lei vestitissima ed io con in mano il guinzaglio del suo cane e il suo golfino appoggiato sul braccio, non disse una parola. Passeggiava in silenzio muovendosi come una star, ed era veramente sublime: vaga, eterea, irraggiungibile. Sembrava addirittura una regina egizia ora, con quell’aria extraterrena addosso e con lo sguardo asettico, inespressivo, sfingico…
Quando tornammo a casa sua, mi inginocchiai davanti a lei e abbracciai un attimo le sue ginocchia, in silenzio, per qualche minuto. La tenni stretta cercando di comunicarle la mia sottomissione totale, la mia devozione, il mio eterno amore per tutta l’orgia di piacere mentale che mi stava regalando. E recitai di nuovo dentro di me quella specie di preghiera: “Lei mi è sacra. Ogni desiderio tace alla sua presenza. Non posso dire quello che succede in me quando le sono vicino; mi pare che tutta l’anima si riversi nei miei nervi.”  Beatrice si lasciò adorare e mi comunicò col suo silenzio ieratico che anche a lei piaceva essere finalmente diventata una dea.

Quello fu il nostro patto estremo, l’apoteosi del nostro incontro. Tutti e due ci spaventammo, a quel punto. Avemmo paura di volare via, di uscire definitivamente dalla realtà della nostra epoca. Tememmo di sconfinare nella vera e propria mitologia, di diventare i soggetti di un teletrasporto nel tempo e di ritrovarci del tutto immateriali ai confini dell’inizio del mondo.

***

Il giorno dopo io me ne andai senza dirle niente. Da allora non l’ho più vista, né sentita, né lei si è fatta più viva con me. Solo ogni tanto “sento” che lei mi pensa. E “sento” che lei pensa che io la pensi.
Tra noi è restato un legame segreto, un legame poetico, mistico. E queste pagine che avete letto sono la mia “canzone per lei”, il mio patetico e inadeguato tentativo di renderla immortale.
Solo la poesia può “risolvere” i grandi amori, infatti; essi toccano zone dell’anima troppo profonde, e per fare in modo che non conducano alla morte, devono per forza essere sublimati.

___________________

Nota finale dell’autore.
Mi sono lasciato andare al racconto di un’ amore che può sembrare “perverso” (almeno a livello mentale) per spiegare appunto quel livello di irrazionalità totale che a volte appariva nell’amore dei poeti romantici, o stilnovisti, o nei troubadour… Un modo di concepire l’amore come assoluto, folle, senza limiti. Tanto da condurre, come succede ne I dolori del giovane Werther , alla morte.
Mi sono immaginato una storia del genere vissuta ai tempi nostri per capire io stesso e forse far capire ai lettori i meccanismi che spingevano gli artisti (ma anche le persone comuni che venivano suggestionate dalle loro opere) a comportamenti così estremi.
Ho fatto un viaggio nella storia e nella storia della letteratura, come se fosse un viaggio nell’evoluzione dell’amore e del concetto di amore dall’antichità ai tempi nostri. Un viaggio che è avvenuto poi all’indietro, terminando addirittura nella mitologia.
Ho estremizzato volutamente, ben cosciente che l’amore può essere più semplice e può essere bellissimo e appagante anche se vissuto in modo “normale”.
Abbandonarsi senza un limite alle emozioni in fondo è banale, e spesso è indice di un carattere fragile o di volontà masochistica. Riuscire a vivere grandi emozioni in modo controllato è invece il piacere più raffinato che si possa provare.
Come dice sempre il grande Goethe:
“…Così accade per ogni educazione:
spiriti inquieti invano aspireranno
alla pura altezza dell’assoluto,
ma chi vuole grandi cose, domini e guidi le sue emozioni;
è nel limite che il maestro si rivela,
e solo la legge può darci libertà.

I miei protagonisti continueranno la loro vita sentimentale in modo normale, con amori normali, e il ricordo di quell’esperienza di “amore estremo e cerebrale” sarà come una “riserva” di emozione che scalderà i loro cuori quando si sentiranno vuoti o annoiati.

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