I racconti d’appendice (27)

L E I   M I   E’  SACRA

(quarta puntata)

330px-Portrait_of_Lady_Caroline_LambE arrivò in bicicletta, con dei semplici jeans, una maglietta beige sotto una giacchetta corta e attillata, anch’essa sul beige, e delle scarpe da tennis nere; pochissimo trucco, i capelli legati e degli occhiali da sole grandi e vistosi. Quando mi vide, mi sorrise, scese dalla bicicletta e mi disse: « Me la parcheggi per favore…» Poi piegò verso di me la bicicletta indicandomi la rastrelliera di appoggio.
Io restai un attimo interdetto, cercando di trarre veloci conclusioni su cosa tutto quell’insieme di cose – il suo look dimesso, l’arrivo stracasual in bici e quel suo “ordinarmi” di parcheggiarla – volessero dire. E forse non capii, ma intuii benissimo cos’era successo: lei mi considerava scontato. Mi aveva “piantato” nel suo “giardino” e sapeva che io non mi sarei più potuto muovere.
Mi prese a braccetto con sicurezza, avviandosi verso via Dante, e cominciò asetticissima: « Allora, cosa mi racconti? »
Capii che saremmo stati sul formale per tutte le due ore dell’appuntamento, che non mi sarei potuto permettere né complimenti, né sguardi troppo languidi; avrei dovuto accettare senza capricci quel piano freddo e normale, quasi noioso, di conversazione. Lei neanche si era impegnata stavolta. Mi aveva detto: “Ora anche i miei spettacoli ti devi sudare, non sono più gratuiti… Gratis ti posso dare solo la mia normale presenza, giusto per non farti entrare in astinenza e per tenerti in qualche modo sempre nei miei paraggi… E anche quella, solo se me la chiedi, se fai lo sforzo di superare l’imbarazzo dell’appiccicosità… “
Quando tornammo al cicloparcheggio, lei m’indicò la bici con un movimento del mento e mi porse le chiavi, come dire: “Dai, cosa aspetti? Portamela qui davanti…” Poi salì in sella e mi salutò con la mano, senza dire niente; senza un “ci vediamo”, o un “a presto”, o un bacino dolce di saluto.

No, attenzione, non era un banale gioco erotico di potere tipo sado-maso spirituale. No, lei era troppo raffinata per cose del genere. E anch’io forse, in parte. Era piuttosto un gioco erotico di martirio, di sublimazione, di devozione. Pensavo ai troubadour, appunto, e alle loro gelide dame. Finalmente capivo cosa provavano e quali raffinate ferite infliggevano ai loro adoratori per costringerli a sfogare – cantandole – il loro desiderio eternamente frustrato.
Tornai a casa depressissimo. Il fatto che lei ora neanche si impegnasse per farsi “adorare” mi faceva sentire una merda, un puro strumento inutile nelle sue mani. L’unica cosa che mi teneva in piedi era la curiosità su quale sarebbe stata la sua prossima mossa. Stavolta, a costo di morire, avrei aspettato che si muovesse lei per prima, dovevo in qualche modo smascherarla.
Quello ancora me lo potevo permettere: costringerla almeno ad esplicitare i suoi voleri, ad almeno accennarmi cosa voleva da me d’ora in poi.

E con mia immensa soddisfazione, dopo un intero mese in cui lei – probabilmente aspettando che mi facessi vivo io – non mi aveva degnato e forse non mi aveva neanche pensato, si fece viva.
Mi inviò un messaggio con su scritto soltanto: “Allora?…”
Come dire: “Allora cosa c’è, ti metti a fare i capricci?… Non accetti il mio piano di gioco?…” Insomma non era una cosa traducibile, mi trasmetteva un suo stato d’animo di passaggio, della serie: “e va beh, se ti metti a fare i capricci, eccomi qua, figurati se non ti accontento…” Molto pedagogica, molto materna…
Ma per me fu il paradiso. Il solo fatto che lei mi dichiarasse ufficialmente che qualsiasi fosse il mio ruolo, anche solo di zerbino per le sue scarpe, lei aveva un minimo, saltuarissimo bisogno, non tanto di me, quanto di sapere che io c’ero sempre; il fatto che almeno una volta al mese io fossi realmente nei suoi pensieri, tanto da spingerla a prendere il cellulare, a scrivere una sola, misera parola e poi a inviarmela, mi dette una tale rilassante soddisfazione che per almeno dieci minuti fui totalmente felice.
Poi, come per ringraziarla, come per scusarmi di quella mia “ribellione”, mi ributtai a tappetino, provando un’eccitazione fortissima nel pensare alla faccia sdegnata e orgogliosa che lei avrebbe fatto leggendo.
In qualche modo me lo aveva chiesto lei ora, ed io finalmente potei esplicitare la mia “devozione”, senza remore, sfacciatamente: “Ciao Beatrice, non mi sono fatto vivo perché non volevo disturbarti… Ma non ho fatto altro che pensarti… E ho una voglia di vederti che mi consuma…”
Feci tutto in frettissima: ideazione, scrittura e spedizione, spinto da quello stato d’animo così forte che avevo provato. E mi buttai nel gorgo della passione adorante, correndo il rischio assoluto dell’esplicitazione. A lei poteva dar noia, infatti. Mi aveva fatto capire in tanti modi che voleva tenere tutto il più possibile sul non detto, e che a malapena, quasi per pietà, aveva sopportato le mie pochissime e discretissime esternazioni. Ed ora diventavo eccessivo, plateale, infantile quasi…
Ma lei, subito, mi rimise in riga: “Ti ho scritto anche perché domani faccio una serata e ti volevo dire se volevi venire…”
Ah, vedi un po’, la grandissima! Ha subito sminuito il tutto: “Non crederai mica che ti abbia scritto perché mi mancavi eh?… Sei solo sul mio carnet delle feste e dei ricevimenti, mi servi solo per far numero… E per avere i tuoi occhi addosso mentre mi muovo; che mi leccano, che mi trasfigurano…”
Però fui felice lo stesso. Intanto l’avrei rivista in pubblico, e a me piaceva così tanto guardarla “in società”, quando si muoveva mostrandosi come se fosse in passerella. E poi avrei potuto essere più sciolto con lei. In un modo o nell’altro aveva dovuto ammettere di aver davvero bisogno di me! Ed ora sapeva che se mi voleva nella sua vita doveva essere sempre una regina, regalarmi i suoi look, donarmi ogni tanto uno dei suoi “spettacoli”. Quello era il prezzo della mia devozione.

                                                                     ***

L’indomani infatti, alla festa, era di nuovo al top: era abbronzatissima intanto, e aveva su una super mini marrone chiaro a metà coscia e una maglietta bianca lunga appena sopra l’orlo della gonna; dei tacchi altissimi e i capelli sciolti con poco trucco. Quell’abbronzatura la sensualizzava molto, la rendeva volutamente un po’ volgare, un po’ pop…
Non seppi bene come interpretare quella svolta, ma vederla così provocante spiazzò completamente i miei schemi. Ero abituato a vederla come “regina gelida” ed ora lei stuzzicava i miei istinti più bruti.
Ma in realtà lei non l’aveva fatto solo per me, di vestirsi in quel modo. La vidi infatti per tutta la serata giocare e scherzare amabilmente con un uomo molto elegante e molto trendy, e insieme a lui scherzare e giocare con il gruppo di suoi amici che mi appariva il più snob e il più borghese tra tutti. Senza mai degnarmi di uno sguardo, senza mai neanche avvicinarsi a me.
E lì ebbi la prima, grande crisi di gelosia. Soffrii troppo, persi del tutto il controllo di me stesso e per non lanciarmi in una scenata assurda di rabbia e di sconforto nei suoi confronti, dovetti andarmene.
Scelsi un momento in cui lei era sulla terrazza con gli amici e mi defilai in silenzio, senza dirle niente, senza salutarla, senza ringraziarla per l’invito.
Per la primissima volta osai la fuga, dunque, l’allontanamento deliberato dopo una sua “chiamata”. Lo feci quasi impaurito, come può sentirsi un bambino che trasgredisce all’improvviso, per la prima volta, gli ordini di una madre severissima, che l’ha sempre gelato anche solo con uno sguardo.

Quando fui fuori, passata la rabbia di quel gesto istintivo, sentii una forte angoscia che saliva.
Il pensiero base era quello della possibilità che lei sentisse che io non ero in grado di soffrire tutto da lei, e che per non farmi più soffrire decidesse di negarsi. Che quel mio gesto di rabbia, insomma, le facesse perdere il gusto di quel gioco con me, sciupandoglielo con dei sensi di colpa che fino ad allora non le avevo mai dato l’occasione di provare.
E a quell’idea, di perderla completamente, l’angoscia mi travolse. Mi resi conto che senza di lei, senza la sua “presenza irraggiungibile”, senza la sua “reginità”, mi sarei sentito del tutto vuoto, perso, non più in grado di concepire la mia vita. Non potevo più stare senza la sua icona nella mente, insomma, e la mia anima ormai era del tutto in mano sua. Per cui le scrissi subito, terrorizzato: “Scusa Beatrice, scusa, mi è preso un momento di desolazione… A volte è dura per me, troppo… Ti adoro.”

Lei non rispose. Ed io vidi confermata la mia paura che volesse davvero negarsi del tutto. Passai una giornata di vera passione, e il giorno successivo, dopo aver constatato che lei continuava a non rispondere, scrissi ancora e per la prima volta mi mostrai veramente appiccicoso, ossessivo: “Beatrice, ti prego, mandami un segnale, sto male…”
Lei accolse la mia preghiera, ma lo fece in maniera talmente e sottilmente crudele che tornò immediatamente unica per me: “Guarda che non è successo mica niente… Perché ti agiti tanto?”
La capacità di fare quello che aveva fatto, di riuscire ad essere così innocentemente crudele, mi sembrò qualcosa che solo una donna grandissima poteva essere in grado di fare. E fui contento di essere del tutto in mano sua, orgoglioso quasi. Ero inesorabilmente dentro a quel “gioco” adesso, non potevo assolutamente più uscire.

E il giorno dopo anche lei varcò la soglia dell’esplicitazione e mi scrisse un messaggio su Facebook: “Avrei bisogno di un piacere. Potresti passare nel pomeriggio dal mio parrucchiere a ritirare un pacchetto che ho lasciato lì? E’ una cosa che mi serve assolutamente e in questo momento non ho un attimo di tempo… Lo prendi e lo lasci alla portiera, lei sa tutto… Il parrucchiere è “Sauro”, in Corso Monforte 42.”
Si, beh, lo so che già lo sapete, ma voglio dirvelo lo stesso cosa provai quando lessi. Una gioia ineffabile, come quella dei mistici più folli ed estremisti, o come quella che probabilmente prova un bambino quando la madre lo richiama a sé dopo un rimprovero severissimo e lo abbraccia clementemente, o come quella che deve provare un cane quando un padrone si abbassa su di lui con quel fare distante di superiorità di specie e lo accarezza benevolo; o come quella infine che doveva provare uno schiavo dell’antichità, quando una bella padrona cinica e perversa lo chiamava a sé ordinandogli in modo sensuale di massaggiarla. Capii cos’era la vera estasi insomma: accogliere nel piano misterioso della tua più intima fantasia erotica un complice consapevole. Lei ora godeva nel trattarmi da “adoratore senza pretese”, esattamente come io godevo nell’ esserci trattato.

Mentre andavo da quel parrucchiere e umilmente, come una sorta di maggiordomo, gli dicevo che dovevo ritirare il pacchetto della signora Righi, provai ancora emozioni fortissime. Il parrucchiere mi guardò incuriosito, come dire “e chi è questo qua?…”, sussurrò: « Ah si si la signora mi ha detto…» e mi consegnò sdegnosamente il pacchetto, con l’aria da star che spesso hanno certi parrucchieri alla moda.
E anche la portiera mi guardò strano quando le consegnai il “pacchetto per la signora Righi”, e pronunciò accorta un viscidissimo: « Grazie eh…molto gentile…»
Recitare quel ruolo mi fece godere tantissimo, talmente tanto che quasi mi impaurii: Beatrice mi aveva voluto così, docile, umile, a sua disposizione; e spingendomi ad esserlo aveva goduto in qualche modo anche lei. Altrimenti perché mai l’avrebbe fatto?

continua…

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