I racconti d’appendice (26)

L E I   MI   E’   S A C R A

(terza puntata)

  Tornato in redazione volavo. Sorvolavo le cose e le persone, che erano tutte sparite. E proprio perché neanche le vedevo, quelle cose e quelle persone, le trattavo tutte con un’indifferenza placida e gentile, cosa che le colpiva e le faceva diventare più considerevoli nei miei poveri confronti. Anche le cose mi sorridevano dunque, e ciò voleva dire che ero veramente entrato in una forma di trance.
« Non è possibile…» pensavo, e mi sentivo trasfigurato. Io ero un altro ora e praticamente vivevo solo per lei. Il resto non esisteva. Ci passavo sopra. Penetravo attraverso la materia come se avessi annullato la mia fisicità. Ero una specie di angelo, e ogni volta che la pensavo, la “sentivo”. Ed ero sicurissimo che anche lei “sentiva” me:“…alla mia immaginazione non si presenta altra immagine che la sua, e tutto quello che mi circonda nel mondo lo considero soltanto in quanto ha rapporto con lei…”

« Ecco ecco ’sti romantici cosa provavano! E anche gli stilnovisti!… E i troubadour…»
« Si, ora anche i troubadour! – mi dissi ironico – Ci mancavano pure quelli…» Ed ebbi voglia di scrivere delle parole per lei, e poi magari di mandargliele in un messaggio.
Alla fine le scrissi, quelle parole, usando una splendida citazione da Baudelaire: “…così gioielli, mobili, vestiti / s’adattavano in pieno alla sua rara bellezza / niente offuscava la sua luce perfetta / e tutto sembrava farle da cornice…”

Lei naturalmente non mi rispose. Ed io passai un altro pomeriggio di fuoco, timoroso di averla infastidita. Poi, prima di dormire, mi lasciai andare. Mi dissi che ormai avevo varcato il Rubicone della unilateralità e che potevo anche rischiare di disturbarla. Il mio amore valeva per se stesso ormai, e non avevo bisogno neanche della sua approvazione o del piacere che potevano farle i miei complimenti. Godevo solo del mio “sentire”, e lei diventava quasi una scusa, una semplice occasione per provare i miei sentimenti più sublimi.
Ma quando il giorno dopo vidi arrivare il suo messaggio con su scritto “Stasera faccio una serata con amici, puoi/vuoi venire?”, capii che il mio “input di autarchia dei sentimenti” era solo un presagio, e che per ora, ancora, dovevo godere della reciprocità, continuando per forza a interloquire con lei. Era lei che me lo chiedeva ed io, intimidito dalla sua “autorità”, non potevo certo esimermi.
Fu allora che pensai a Petrarca, più che a Dante, alla sensualità repressa che emanano le sue poesie, e a quella vera e propria perversione spirituale che rappresentava il suo rapporto con Laura:

Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna è men bella di lei
tanto crescie ’l desio che m’innamora.

I’ benedico ’l loco e’l tempo e l’ora
che si alto miraron gli occhi miei
e dico: «Anima, assai ringraziar dei,
che fosti a tanto onor degnata allora…

Cazzo, mi stavo ripassando tutta la storia della letteratura mondiale! Da Goethe a Somerset Maugham, da Foscolo a Baudelaire, dai romantici a Petrarca e chissà mai dove sarei arrivato.

***

E così arriviamo al “Lei mi è sacra”, a quella volta in cui, mentre la guardavo, avevo declamato dentro di me quel passo de I dolori del giovane Werther. Era risorto intero dal mio inconscio più profondo, quel passo, come se avessi davvero imparato a memoria tutto quel romanzo: “Lei mi è sacra. Ogni desiderio tace alla sua presenza. Non posso dire quello che succede in me quando le sono vicino; mi pare che tutta l’anima si riversi nei miei nervi.”

Quella sera non c’era Carlotta, lei non l’aveva neanche invitata. Quello che era stato il nostro tramite spariva dunque, e con quel nuovo gesto lei mi dichiarava definitivamente la sua disponibilità. Non sapevo a che cosa però: probabilmente ad essere adorata. Mi permetteva ufficialmente di adorarla insomma, di divenire un suo ammiratore, un suo fan, un suo troubadour…
E quella sera, come se fosse una cerimonia esoterica di affiliazione, si era vestita in modo eccessivo, cerimoniale quasi, appunto, ed io pensai che si era vestita così solo per me. Aveva un abito da sera nero, ampiamente scollato e con le spalline molto fini, che le arrivava stretto alle caviglie. Aveva dei tacchi molto alti; i capelli sciolti con la riga da una parte e un trucco fine ma deciso. Era uno schianto insomma, volutamente un po’ sopra le righe.
C’era molta gente quella sera e il marito non c’era, perché classicamente impegnatissimo sul lavoro. Lei ad un certo punto mi chiese di ballare e quando ci accostammo mi concesse addosso tutto il suo corpo fasciato da quell’abito sottilissimo. Mi parlava con il seno, con le spalle, con la pancia, che ogni tanto sfiorava su di me. Mi dava dei segnali chiarissimi, ma nel più assoluto silenzio, senza sussurrare una parola o emanare un minimo sospiro. Poi, dopo quel ballo-investitura, non mi considerò più per tutta la sera. Si lasciò solo guardare da me, come un’attrice appunto, lasciando che il mio sguardo adorante la trasfigurasse e la facesse apparire davvero divina anche agli occhi di tutti gli altri.
Quando la festa fu finita ed io me ne andai insieme agli altri, mi salutò con freddezza e mi ferì con un comportamento davvero troppo enigmatico.
Sentii come se dopo quel “ballo di iniziazione” volesse prendere delle distanze ancora maggiori e mi dicesse: “Bene, ora sei mio definitivamente. Stattene buono in un angolo che ogni tanto ti accarezzerò”

Lì mi bloccai. Per almeno cinque giorni pensai solo a lei, solissimo a lei.
Stetti lì ad arrovellarmi per capire cosa sarebbe successo ora, per interpretare lo stranissimo suo comportamento di quella sera. La pensai anche diabolica a volte, crudele, quasi una dark lady. Dove voleva portarmi? Cosa provava per me? Cosa c’era di chiaro in quel nostro “incrocio di pensieri”? E cosa c’era di equivoco, di ambiguo, di totalmente malinteso?
Sperai che lei si rifacesse viva, che continuasse quel gioco del “lo so che ti sembra impossibile che io ti pensi; ma invece è così, al di là di ogni tuo ragionevole dubbio”. Ma non successe.
Aspettai una settimana, due, e alla terza non ce la feci più. Non era soltanto il fatto che lei mi mancava, no. Era anche il fatto che volevo capire chi era, cosa voleva da me, cosa mi aveva voluto dire con quel suo comportamento ai limiti della crudeltà. E cedetti: il mercoledì della terza settimana le scrissi: “Ciao Beatrice, come stai? E’ tanto che non ti sento…”
Quando ebbi inviato, mi sentii un invadente, uno che ha abbandonato per la prima volta il suo ruolo di adoratore senza pretese, chiedendo miseramente qualcosa in cambio della sua devozione. Ed ebbi anche tanta paura: del fatto che lei potesse infastidirsi; che mi rispondesse in modo seccato o che addirittura non mi rispondesse affatto. Sarei stato troppo, troppo male.
Soffrire con lei accanto, o con lei che in qualche modo mi pensava, potevo anche. Ma l’idea che lei non mi pensasse più, l’idea che tutto quello che era successo fosse stata solo una mia suggestione, una mia invenzione, non la sopportavo. Mi lacerava, mi uccideva. Ebbi paura dunque, di essere costretto ad uccidermi. Come il Werther di Goethe.
Avevo avuto un amico che si era ucciso per amore. Sapevo che era possibile farlo. Che la sofferenza vera per amore è talmente forte e misteriosa che ti spinge a morire per placarla. Non c’è altro modo: per smettere di soffrire fisicamente, puoi solo ucciderti.
Ma lei, santissima, mi graziò, per quella volta. Mi rispose quasi subito anzi, ed io potei pensare che ancora tutto era in piedi. Che avrei sofferto di nuovo tantissimo magari, ma che la mia sofferenza avrebbe avuto il senso di stimolare in qualche modo il suo gioco: “Ciao carissimo! Sai che proprio stamani ti avevo pensato? Come stai, quando ci vediamo?”
« Vediamo?!? » Oddio, tutto c’era ancora dunque! Lei voleva vedermi, lei era ancora nel gioco e se non altro si divertiva ancora ad avermi come adoratore. Mi bastava, mi bastavissima…
Vederla stavolta era come vederla per la prima volta, di nuovo. Quelle due settimane erano state così lunghe per me, ma così lunghe, che poteva essere passato un anno di tempo, non reale ma di flusso di coscienza; e lei ora era come una donna del tutto nuova, una perfetta sconosciuta.
Ma la mia curiosità più grande era su come lei si sarebbe presentata stavolta. Con il suo look mi avrebbe già detto tutto. Mi avrebbe spiegato cosa era successo in quei lunghissimi giorni e cosa doveva succedere ora tra noi. O meglio, cosa doveva succedere a me, cosa lei aveva deciso che mi succedesse.

continua…

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