I racconti d’appendice (1-2-3)

Vorrei proporre alcuni racconti di miei conoscenti a cui piace scrivere.
Sono racconti lunghi, che posterò a puntate,
un po’ come succedeva nell’ottocento con i famosi
“romanzi d’appendice”

Inizio con questo. Se la cosa piacerà,
ne proporrò altri.

(dopo aver pubblicato questo racconto a puntate, lo pubblico ora per intero)

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LA BELLEZZA DELL’AMORE UNILATERALE

I

Volevo in tutti i modi che fosse mia, non avrei mai accettato di essere solo il suo amico-confidente. Ma lei me lo aveva imposto, quel ruolo, e se volevo frequentarla lo dovevo accettare per forza.
La mia Marta! Raffinata e sensuale nello stesso tempo, già a sedici anni, con gli occhi liquidi da cerbiatta e lo sguardo obliquo e sfuggente di una donna matura e smaliziata.
L’ho amata in un modo talmente intenso per l’età che avevo! L’ho amata passionalmente, di vero amour fou, nello stesso modo che poi avrei visto illustrato in tanti film fondamentali per la mia formazione.
Fu allora che scoprii la bellezza e l’intensità assoluta dell’amore unilaterale; dell’amore che cresce, immenso, da una parte sola; la bellezza e l’intensità del decidere di corteggiare la più bella che hai intorno e non quella che realisticamente pensi sia “alla tua portata”… Fu allora che decisi di essere utopista, integralista dell’amore, e di volere lei, proprio lei, quella che a guardarla mi stordiva il cuore.
La volli soltanto però, non la ebbi mai, almeno allora.

Lei arrivava a scuola con i suoi jeans attillati, le scarpe con un piccolo tacco, una maglietta semplice ma sempre originale, e sopra a tutto il suo giubbottino bianco; arrivava con quei capelli castano chiari, lisci e con la riga da una parte, che a volte portava lunghi alle spalle e a volte tagliava cortissimi alla maschietta; arrivava con quella camminata lasciva, il passo lievemente ondeggiante, la postura naturalmente, automaticamente elegante… E queste cose di lei già mi incantavano. Ma era nei suoi occhi liquidi e grigio-azzurri che affogavo; tutto il resto, pur bellissimo, faceva solo da cornice a quegli occhi, valorizzava il centro del suo quadro.
E mi bastava guardarla, si. Mi bastava. Quando lei si concedeva ai miei occhi, per un’ora nel pomeriggio o per un quarto d’ora al bar della scuola nell’intervallo, io godevo nel “contemplarla” e gioivo frementemente all’idea che in quel momento era soltanto con me, e quindi in qualche modo era mia.

Io non le piacevo fisicamente. Me l’aveva detto chiaro, infilzandomi lo stomaco già in subbuglio per i suoi occhi, un giorno di aprile, su quella tribuna dello stadio, durante le gare di atletica del liceo: “Mi dispiace Franco, non mi piaci fisicamente…”
Aveva detto così, secca, risoluta, lapidaria, quando, con uno sforzo immane, avevo osato prenderle la mano. Ed io allora, sentendo quelle parole, avevo fatto un altro sforzo immane per non piangere, o per non scappare via, o per non metterle le mani intorno al collo ed ucciderla…
Ma il giorno dopo, quando la sfuggii in tutti i modi per paura che rigirasse il coltello nella mia piaga, fu lei a cercarmi: con decisione, con ansia quasi. Per cui capii con un lampo secco negli occhi che almeno come amico le ero veramente necessario. E decisi che mi bastava.
Presi lì quella decisione capitale, che avrebbe condizionato tutta la mia adolescenza e tutta la mia giovinezza, che mi avrebbe costretto a compiere il mio apprendistato sessuale ed erotico al di fuori di lei, e a prescindere dai suoi occhi grigio-azzurri; con altri occhi, con altre bocche…
Ma questo avvenne dopo, all’università. Finché frequentai il liceo non ebbi nessuna ragazza. Decisi di essere solo suo: per coerenza, per fedeltà bigotta e maniacale.

Lei ogni tanto s’ innamorava di un altro… E si confidava con me. “Non ti dispiace se te ne parlo, vero?”, mi diceva, e poi giù: mi raccontava tutti suoi sentimenti e tutti i suoi tormenti nei minimi particolari.
Alla fine ci avevo fatto il callo, su questo. Sopportavo bene qualsiasi suo sfogo. Anche quando mi raccontava le sue prime esperienze sessuali, anche quando piangeva perché quel “lui” l’aveva snobbata ed era andato con un’altra. Non soffrivo più, alla fine. La stringevo un po’ a me, le dicevo: “Dai su…” e approfittavo per sentire il suo odore, per sfiorare il suo seno, per darle un bacino sulla guancia. Ormai avevo sfondato il muro del suono della gelosia, l’amavo al di là della gelosia, l’amavo a prescindere. Del tutto. Disperatamente.

Quando andai all’università non potevo non andare a Perugia, perché i miei proprio quell’anno si erano trasferiti lì; mentre lei andò a Firenze, e le nostre vite allora si separarono. Dovetti affrontare così il vuoto spinto dei giorni senza di lei. Quella vaga sensazione di inutilità e di vanità che mi faceva snobbare tutto quello che mi girava intorno, compresi gli amici, comprese le altre ragazze. E fu lì che proprio questa mia assenza da tutto e da tutti mi fece conquistare Adele, una compagna di università, che maturò per me un sentimento simile a quello che io nutrivo per Marta. Lei mi amava follemente, insomma, e io mi lasciavo amare. Accettavo la sua amicizia e lei si accontentava. E ogni tanto la scopavo, e lei si innamorava sempre di più…
Alla fine, in quel periodo, mi sembrò anche di essere andato “oltre Marta”, di averla “superata”… Ma quando la rividi, d’estate, al ritorno nel mio paese di origine, tutto crollò. E io affogai ancora nei suoi occhi, che erano diventati più profondi, e più sicuri.
L’esperienza in città l’aveva fatta crescere evidentemente, chissà in quali sensi, e in quali modi…

II

Quando mi aveva visto mi aveva buttato le braccia al collo, e con entusiasmo aveva fatto subito programmi infiniti e complessi sul nostro stare insieme in quei giorni: a passeggio per le strade della campagna, seduti ai tavolini dei bar, e anche a casa sua, una volta, quando i suoi se ne sarebbero andati al mare per il weekend. Era più dolce, si. Si vedeva che le ero mancato, e io mi gustai la sua maggiore dolcezza nei miei confronti come un dono di Dio, come una piccola impercettibile crescita dell’importanza della mia presenza ai suoi occhi. Era solo un piccolo gradino – pensai – ma gradino dopo gradino potevo arrivare anche là dove avevo sempre sognato di arrivare.
Lei mi “riprese” insomma, riprese possesso del suo “dominio”; così, al volo, con qualche sguardo e qualche chiacchierata nel pomeriggio…

Un giorno di quelli andò a Firenze, a trovare il suo nuovo ragazzo, e quando tornò era così bella, ma così bella…che io mi spaventai nel vederla. Si capiva che aveva fatto l’amore, e bene, perché la sua pelle era più luminosa e i suoi occhi ancora più liquidi.
Quella sera fu anche più dolce del solito con me, perché era felice; ed ogni tanto mi stringeva le mani e mi baciava sulle guance. Tanto che io, pur trattato come una specie di bambolotto, presi sicurezza e cominciai a toccarla a mia volta, ad accarezzarla, a scherzarci su fisicamente, con la massima scioltezza. Finché ad un certo punto me la trovai con la bocca a un centimetro dalla mia. E lì sembrò veramente la scena smielata di una commedia d’amore americana, quando l’inquadratura si ferma per un minuto sui due profili e sulle loro labbra e c’è il classico attimo di silenzio totale… Ma subito dopo i due si distaccano senza essersi baciati e fanno finta che quell’attimo non ci sia mai stato.
In quel momento comunque pensai che prima o poi l’avrei baciata, anch’io, dopo chissà quante altre bocche. E l’amai ancora di più. Ricominciai in pratica ad amarla da zero, come all’inizio, e confermai quel patto con me stesso che mi diceva: “Sarai sempre suo! Sempre e solo suo!”

Un giorno, dopo circa un anno, lei si sposò. Presto. A soli ventidue anni. Aveva trovato l’uomo della sua vita, diceva. Non aveva dubbi. Lui aveva sedici anni più di lei, era un uomo fatto, lavorava, aveva anche dei soldi. E lei con lui si sentiva sicura, protetta. Si sposò a Firenze, ed io non andai certo a fare la classica scena del “matrimonio con l’altro”, qualcosa di simile alla famosa scena del film Il laureato.
Così la persi di vista, non la vidi più neanche d’estate. Lei aveva cambiato vita. Ormai stava a Firenze e al paese non tornava più.
Trovai altre ragazze allora, mentre Adele mi restava fedele, attaccatissima, e accettava da me qualsiasi tradimento pur di avermi ogni tanto per sé. Come avrei fatto io con Marta, d’altronde, esattamente. E stavolta davvero, dopo quasi tre anni che non la vedevo, mi ero quasi scordato di lei. L’avevo data per persa, e quando la rividi, a momenti neanche la riconoscevo.
Fu lei a riconoscermi. Mi chiamò per la strada e mi corse incontro: “Franco!!!”… E poi, leggermente concitata, aggiunse: “Dobbiamo vederci! Assolutamente!” Io capii che stava male e che aveva bisogno di me, solo di me; che solo io potevo aiutarla in quel momento.
E ne fui felice; e tutto ricominciò da capo, un’altra volta…

Lei era bellissima, sempre, ma in un modo completamente diverso da prima. La sua faccia era da piena adulta ormai. Aveva un’aria vissuta, vissutissima, piena di esperienze e dolori, di spasimi e passioni irrisolte. Aveva perso un po’ del suo modo di fare da “fighetta” e ora, oltre che bella e sensuale, era anche interessante, intensa, totalmente affascinante.
Il suo pregarmi implicitamente di essere di nuovo a sua disposizione mi incantò. Il fatto di sapere che io per lei ero come una sorta di “ricarica”, che la mia presenza le ridava energia e forza, mi fece sentire sicuro, potente ai suoi occhi. E il fatto che ormai avessi imparato a “stare senza di lei” mi fece intravedere una reale prospettiva di totale felicità.
Quello poteva essere il senso della mia vita: cercare di passare il tempo nel miglior modo possibile mentre aspettavo i suoi ritorni!
Quello che avrei vissuto senza di lei, al di là di lei, non sarebbe bastato da solo a rendermi felice; ma il fatto di sapere che lo avrei vissuto soprattutto per ingannare il tempo dell’attesa, mi avrebbe fatto vivere bene anche quello. Per cui sarei stato doppiamente felice.
Mi immaginai che magari quando avremmo avuto sessanta-sessantacinque anni, io nonno e lei anche, un giorno mi avrebbe cercato per l’ennesima volta, e io l’avrei vista arrivare davanti a me: elegante e raffinata, invecchiata ma con gli occhi sempre vivi; con il modo di fare da signora un po’ snob e l’allure di una donna stravissuta ma di gran classe. E quel pensiero mi entusiasmò: ero a posto per tutta la vita dunque! Lei sarebbe stata il mio piano parallelo, il sottofondo fisso della mia esistenza, il leit motiv continuamente riemergente del mio film. E tutto il resto sarebbe servito soltanto a completare la scena, come in un grande affresco d’epoca, come in un grande ottocenteschissimo romanzo d’amore; di quelli divisi in “parte prima” e “parte seconda”; lunghissimi, temperatissimi, che cullano il cuore del lettore immergendolo in situazioni complesse di onore misto a passione. Mi venne in mente il Il dottor Zhivago, con quelle atmosfere scioglienti in mezzo a montagne di neve: lei sarebbe stata la mia Lara; e Adele, che alla fine avrei senz’altro sposato, la mia Tonia.
Avevo fatto davvero bene a decidere di innamorarmi di lei, di quella che per me era la più bella, di una che era decisamente “al di sopra della mia portata”! Lei avrebbe continuato a piacermi per tutta la vita, anche a ottant’anni. Il dolore che aveva lacerato la mia adolescenza per il suo secco rifiuto era stato un grande investimento, dunque, che mi avrebbe fatto tranquillamente vivere di rendita per tutta la vita! E per facilitarmi a raggiungere quel fine, alla sua bellezza, alla sua classe, alla sua sensualità cerebrale, si sarebbe sommata e avrebbe funzionato da “valore aggiunto” la sua eterna irraggiungibilità, che avrebbe reso eternamente viva la mia attrazione verso di lei.

Insomma (me so’ lasciato un po’ prendere la mano, scusate…) quel giorno pianse accanto a me per quasi tutto il pomeriggio e mi raccontò tutto del marito: della sua falsità da macho d’altri tempi, dei suoi tradimenti subdoli e crudeli, della sua finale decisione di lasciarla, di separarsi… E alla fine, asciugata ormai da ore di lacrime versate in libertà, mi sembrò addirittura dimagrita. E quando mi buttò le braccia al collo per darmi un umidissimo bacino di saluto sulla guancia, sentii che non l’avrei mai persa, che in qualche modo lei sarebbe stata sempre mia.
In quei giorni uscimmo spesso insieme e ci divertimmo anche a squadrare altri maschi. “Quello potrebbe essere adatto per te…” le dicevo ridendo quando incontravamo un “bellone” che la puntava. E lei, divertitissima, rispondeva sgranando sguardi ironici, facendo battute, ammiccando anche verso il tipo. Poi si alzava, si mostrava tirata e sculettante e alla fine mi guardava di nuovo con assoluta complicità, come dire “che stronzo che sei!”, e tornava a sedersi accanto a me.
Quelle sere, quando ci lasciavamo, lei mi stringeva le mani con forza e mi faceva sentire tutta la sua gratitudine, tutto il suo affetto. Ma non varcava mai quel confine. Appena vedeva il mio sguardo illanguidirsi, si staccava, se ne andava quasi di fretta… E l’indomani tra noi ricominciava tutto da capo, fino alla sera, fino al momento in cui quella scena regolarmente si ripeteva.

Quando io tornai a Perugia ( e lei a Firenze, dove aveva preso un appartamento da sola e aveva cominciato a lavorare come receptionist in uno studio medico), vissi un mese bellissimo, con dentro la carica che quei giorni con lei mi avevano dato e con la sicurezza, stavolta, che ci saremmo rivisti presto, prima dei soliti lunghi periodi di passaggio. E con la sicurezza che sarebbe stata lei a ricercarmi, magari per raccontarmi di qualche sua nuova peripezia o per raccontarmi di qualche suo nuovo amore fiorentino. Comunque sarebbe stata lei a cercarmi, sicuro…
Quei giorni con lei mi avevano caricato anche eroticamente, per cui mi ritrovai ai piedi varie ragazze. Che io mi presi pensando a lei, pensando che erano solo “passaggio”, solo passatempo, solo attesa… E proprio a causa di questo mio impercettibile distacco, molte di loro si persero alla grande per me, mentre io le immolavo, tutte, sull’altare del mio grande, unico vero amore, come vittime sacrificali. Mi riempivo della loro energia adorante per poi poterla donare a lei, quell’energia accumulata, solo a lei, che proprio per avere quella, magari, mi avrebbe prima o poi ricercato.
Questa è la gioia immensa dell’amore unilaterale, ragazzi! Tu godi nell’essere servo, nel darti totalmente ad un’ altra persona, gratuitamente, senza volere niente in cambio. Alla fine diventa una specie di snobismo, impari a servire senza più soffrirne, anzi, godi nel farlo e provi la stessa dedizione che un convinto sacerdote prova per il suo Dio: certezza assoluta e indistruttibile… Di fronte a questa cosa qui, gli amori normali, quelli in cui ti fidanzi e poi ti sposi, quelli che durano una stagione e poi si spengono, ma anche quelli che vivono di una passione forte e trascinante, sono una cosa abbastanza banale, la ripetizione meccanica di un cliché, una routine di luoghi comuni scopiazzati da tutti i film sentimentali che ci siamo ingozzati fin da ragazzini.

***

E un giorno, due mesi dopo, lei arrivò a Perugia, senza prima avvertirmi. Suonò al mio citofono e sentendo la mia voce, disse soltanto: “Sono io”. Come se sapesse bene che io non potevo fare altro che aspettare lei, e che quindi era scontato che quell’ “io” era per forza lei. Era inverno e Marta entrò in casa mia con addosso un cappottino rosso scuro che le stava benissimo, con delle scarpe marroni a tacco piccolo e i capelli lavati, sciolti e vaporosi. Posò la sua grande borsa nell’ingresso e con aria da padrona mi disse: “Beh, non sei contento di questa sorpresa?”
Questo suo modo dolcemente aggressivo mi fece intimidire di nuovo e risentii nella carne, con un certo dolore, la mia inferiorità sentimentale nei suoi confronti. La rividi forte e sicura e mi venne voglia davvero di inginocchiarmi davanti a lei e di baciare le sue scarpe marroni, eleganti, di vernice, che solo a guardarle mi eccitavano alla grande.
Poi mi ripresi, e sapendo che lei mi voleva come ero stato l’estate precedente, allegro, complice, scherzoso, l’accolsi da amico, da grande amico.. Ma non riuscii a non perdermi ogni tanto per interi secondi a guardarla, a squadrarla in tutto il suo splendore, ad adorarla solo con lo sguardo, mentre le dicevo battute del cazzo che dovevano servire a divertirla.
Mi disse che aveva voglia di rivivere qualcuno dei nostri momenti dell’estate e che non aveva voglia di aspettare la successiva. Inoltre, come prevedevo, cominciò a raccontarmi di un nuovo fleurt. Era appena all’inizio, quella storia, e lui, l’oggetto del desiderio, non sapeva ancora niente. Mi raccontava quella storia prima ancora che iniziasse, insomma, e io, dopo aver ingoiato come una pillola amara quel nuovo piccolo dolore, mi dissi che quella era vera complicità ora, mi dissi che io avrei vissuto insieme a lei quel suo nuovo grande amore, passo dopo passo, e che stavolta le sarei stato più vicino e complice io di quanto lo sarebbe stato quel nuovo uomo che stava entrando nella sua vita.
Era un dottore che lavorava nel suo centro medico, anche stavolta molto più grande di lei. Un uomo maturo, sposato e con figli, bello, interessante e ricco, molto ricco… Mi raccontò che lei piano piano aveva cominciato ad ammiccare verso di lui, con garbo. E che le sembrava che lui, pur senza darlo a vedere, avesse colto i suoi segnali. Ed ora quella storia cominciava a coinvolgerla, anche solo come gioco, come passatempo intrigante. Andava molto più volentieri a lavorare e si metteva sempre tirata ed elegante, cercando di parlare al dottore – che manteneva con lei un glaciale distacco formale – con i vestiti e con i look, visto che non osava rompere il ghiaccio con le parole.
Mentre parlava si riscaldava, si entusiasmava e mi faceva capire quanto quella nuova storia la intrigasse. Alla fine mi disse: “E’ cominciato tutto quando sono tornata a Firenze dal paese, sai… Quei giorni con te mi hanno davvero rimesso al mondo…”
Oddio! Dopo questa sua frase, mi incantai ancora a guardarla e ci fu un attimo pesantissimo di silenzio. Lei si accorse di averla detta veramente ambigua, la cosa, e allora cambiò subito discorso, cambiò subito tono e mi chiese di uscire a pranzo insieme.

Passammo una giornata bellissima, ma la sera lei ripartì. Era domenica e il giorno dopo doveva essere al lavoro. Disse che sarebbe tornata, presto. Ma io sapevo che, come era successo altre volte, se fosse cominciata la storia con il dottore, ci sarebbe stato un altro dei nostri “distacchi”. Quanto avrei di nuovo sottilmente sofferto! E quanto avrei visto tutto ricominciare da capo! Compreso il rinascere della mia rabbia periodica “post-speranze deluse” e la successiva, inevitabile decisione di rimettere tra noi una distanza di sicurezza…
Decisione che infatti anche stavolta alla fine presi, in modo più forte e più netto del solito, decidendo di darmi del tutto ad Adele.
Le chiesi di sposarmi. Avevo ventinove anni ormai, avevamo entrambi un lavoro ed io volevo dei figli. Lei era la donna giusta per farli e lei, tra l’altro, era proprio da me che voleva dei figli.

E facemmo quei figli io e Adele, una femmina e un maschio. E anche Marta ne fece uno, con il dottore per cui aveva perso la testa. Fece quel figlio da sola però, perché lui, saputolo, l’aveva lasciata, abbandonata, buttata via…
E quando ci rincontrammo, quattro anni dopo l’ultima volta, avevamo ormai trentadue anni io e trentuno lei, e avevamo entrambi in collo un bambino: io il mio figlio minore e lei il suo unico figlio.
Fu ancora lei a vedermi per prima, e a chiamarmi. Era tornata al paese dopo tutto quel tempo per trovare la sua vecchia zia, l’unica parente rimasta lì dopo che i genitori si erano trasferiti a Firenze per seguire lei. E si era fermata qualche giorno per respirare un po’ le atmosfere della sua adolescenza.
“Franco, sei tu, vero?” mi disse arrivandomi alle spalle, e quando io mi girai, già in trance dopo aver risentito quella voce, lei posò il bambino a terra e tenendolo per mano mi si mostrò a tutto tondo nella sua nuova versione: capelli corti a caschetto, vestitino rosso chiaro scollato e con le spalline, scarpe grigie con piccolo tacco e abbronzatura all’ultimo stadio. Sembrava diventata mora adesso. Anche i capelli, forse tinti, erano più scuri e i suoi occhi grigio-azzurri, luccicavano come lampadine su quella carnagione scurita.
Il mio sguardo stralunato le comunicò il mio immediato accucciarmi ai suoi piedi. Provai un’ondata di imbarazzo e di emozione; di gioia e di paura… Era sempre bellissima, l’età la stava addirittura migliorando: quel poco di invecchiamento che si scorgeva sul suo viso era compensato da nuovi quintali di sensualità, di eleganza, e di intensità, che probabilmente anche i dolori sofferti le avevano fatto crescere dentro.
Parlottammo un po’. A distanza stavolta, senza abbracciarci, senza darci bacini di saluto; con i bambini in collo e con gli occhi addosso dei passanti che camminavano nel corso centrale del paese, e che forse, come sarebbe successo a me se l’avessi vista da lontano, non riconoscevano più quella bella, giovane signora.
Era arrivato il tempo dei cellulari e prima di congedarsi lei disse: “Dammi il tuo numero dai, che magari ti chiamo e una sera usciamo per fare due chiacchiere…” Io accettai lo scambio naturalmente, ma – sempre naturalmente – sapevo che avrei aspettato la sua mossa, non l’avrei fatta io per primo, sicuro. Prima di tutto perché ora ero veramente e definitivamente “impegnato” e poi perché l’avevo vista ancora così bella che avevo una paura secca di ricominciare tutta la mia trafila da zero.
Ma quando vidi arrivare il suo messaggio, due giorni dopo, in cui mi chiedeva se allora potevo uscire una sera a cena con lei, non riuscii a resistere. E dopo due ore di dubbi e incertezze, la chiamai e ci mettemmo d’accordo per la sera dopo. Dissi ad Adele una verità depurata: che avevo incontrato una mia vecchia amica del liceo e che sarei uscito a cena con lei per una specie di revival. Lei non fece certo problemi, anzi, mi spinse a distrarmi per una sera, che mi avrebbe fatto bene.

Passai a prenderla a casa di sua zia e quando la vidi uscire dal portone, mi sentii sciogliere di nuovo, come ai vecchi tempi. Aveva un vestito di seta marrone scuro, leggerissimo, attillato ai fianchi e un po’ svasato sul fondo fino al ginocchio; delle scarpe nere decolleté con tacchi medi e sopra a tutto uno scialle sempre sul marrone, ma di una sfumatura diversa. Sul “moro diabolico”, insomma; molto più “la sensuale che spacca” che “la bellina eterea ed elegante”. Ma quando si sedette in macchina e cominciò a parlare in modo libero e non nel modo impacciato con cui mi aveva parlato durante l’incontro nel corso del paese, la sua classe riemerse, progressivamente, parola dopo parola, pausa dopo pausa, risata dopo risata.
Sentendola così sciolta, mi sciolsi subito anch’io. Cancellai immediatamente dalla mia mente quei quattro anni vissuti senza di lei e mi ritrovai esattamente ai tempi dell’ultima puntata della nostra “storia”: alla stazione di Perugia, quando l’avevo inquadrata per l’ultima fotografia mentale, con il suo cappottino rosso, corto e stretto sui fianchi.

A cena parlò quasi sempre lei. Mi raccontò della sua scelta di fare il bambino da sola e degli ultimi stadi della sofferenza che aveva toccato quando lui, saputo del figlio, l’aveva mollata senza esitazione. Ma stavolta non pianse, ormai ci aveva fatto il callo alla sofferenza – disse – e sapeva che presto, in qualche modo, sarebbe arrivato un nuovo amore a riscaldarle il cuore. Era nata per l’amore, cazzo! Era una di quelle donne che godono troppo nel rinnamorarsi ogni volta, ed adorano quelle stupende primissime fasi dell’innamoramento quando tutto torna incerto e misterioso e il nuovo oggetto del desiderio è completamente un’altra cosa rispetto al precedente. Nate per l’amore, si, come altre donne sono nate per la famiglia, o per il lavoro, o magari per il sesso.
Io l’ascoltai con calma, perdendomi spesso ad osservare scrupolosamente gli impercettibili cambiamenti che quei quattro anni avevano prodotto sul suo sguardo, sulla sua voce, sul suo modo di fare e di muoversi.
Eravamo in un ristorantino che aveva una terrazza, dove, con l’aiuto di un romantico juke-box, si poteva anche ballare. C’erano varie coppie che ballavano infatti e ad un certo punto, quando arrivò un lento famoso e dolcissimo, dei “nostri tempi”, lei mi sussurrò:”Balliamo anche noi, dai…”
Io restai un attimo in silenzio, perché mi ricordai delle volte in cui nelle feste studentesche avevo osato chiederglielo io, di ballare, rischiando di scocciarla in quanto la distraevo dai giochi di sguardi con i suoi tanti amoretti di quel periodo; e di come le poche volte che lei me lo aveva concesso ero restato rigidamente a venti centimetri di distanza dal suo corpo, non osando avvicinarmi di più a causa della rigidità che lei “inseriva” nel suo atteggiamento, per ribadire il fatto che non le piacevo fisicamente.
Ma alla fine, presi la mano che lei insistentemente mi porgeva e mi alzai.
Iniziando a ballare, automaticamente, mi trovai per la prima volta nella vita a contatto ravvicinato con tutto il suo corpo. Lei aveva bevucchiato e si abbandonò su di me, appena, senza stringermi, chiudendo gli occhi e senza alcuna rigidità. Per la prima volta sentii dunque il suo odore animale, la sua pulsazione, che aumentò subito la mia, di pulsazione, tanto che a poco a poco accostai anche la mia guancia alla sua e sentii tutto il calore che i soli dell’abbronzatura avevano lasciato sulla sua pelle. Mi emozionai in modo spropositato allora, e senza sussurrare una parola le comunicai con i battiti del cuore, con il tremito di tutto il corpo, con l’elettricità della pelle quanto l’avevo amata… e quanto ancora l’amavo. Mi commossi quasi e le feci una sorta di dichiarazione tattile, che lei accolse senza irrigidirsi e a cui rispose con tenerezza, ricambiandomi anche qualche piccolo fremito, come dire: “Lo so, lo so quanto mi ami…l’ho sempre saputo!”.
Quando la canzone finì, ci staccammo e restammo qualche secondo uno davanti all’altra, in silenzio. Poi io chiusi immediatamente quella parentesi ambigua e ritornai l’amicone con cui ci si sfoga. Ed anche lei lo fece, mantenendo però una tenerezza sdolcinata nell’atteggiamento, che manifestava ogni tanto con una passata di straforo della sua mano sul mio avambraccio nudo; una passata ogni tanto, così, per accompagnare una frase o sottolineare una battuta. Non voglio dire che quella sera era felice, no, ma era rilassata, contenta, come se fosse davvero “tornata a casa”… Al momento dei saluti, mi disse: “Allora, io domani torno a Firenze… Grazie eh…stare con te mi ricarica sempre…” e mi dette un bacio sulla guancia, con il lucidalabbra che si appiccicò un pochino, appena, sulla mia pelle.

III

Nei mesi successivi ogni tanto ci messaggiammo. Messaggi classici, della serie “ciao come stai”, ” oggi ti ho pensato…” e cosi via. Finché una sera mi chiamò lei mentre ero al lavoro e in fretta mi disse che era all’aeroporto, che stava andando a Boston. Aveva conosciuto un giovane americano ed ora tentava questa nuova avventura. La famiglia di quel giovane aveva una catena di ristoranti in America e lui l’aveva invitata a raggiungerlo, offrendole una casa e un lavoro retribuitissimo. Voleva salutarmi prima di imbarcarsi, voleva che io le fossi vicino e le augurassi buona fortuna per quella nuova avventura.
Neutralizzando la fitta fortissima che mi aveva di nuovo trafitto il cuore, fui dolcissimo con lei. Mi mostrai entusiasta della sua scelta e fiducioso sul suo futuro e poi conclusi: “Comunque lo sai che io per te ci sono sempre eh…” E lei, con voce quasi rotta dal pianto, sussurrò: “Si, davvero?” “Certo – dissi io – ne dubiti?” “No, no…lo so che tu ci sei, carissimo…”
E in quel “carissimo” mise una tale sfumatura di affetto profondo che mi sembrò vero amore stavolta: l’amore che si ostenta verso la persona più cara che si ha, l’amore che si ha bisogno di manifestare a qualcuno quando si sta tentando una strada forte e rischiosa, da cui non si sa se si potrà tornare indietro ancora interi. Fu quasi un addio, insomma, con tutte le commozioni retoriche del caso. Ed io l’amai ancora più del solito, l’amai – come si dice – “più che mai”, per quelle scene da film strappalacrime che mi offriva, per il suo coraggio in amore, per l’intensità drammatica che stava dando al suo “personaggio”.

Quando lei riattaccò, mi misi a piangere come un bambino, incredulo di poter provare ancora, a trentacinque anni, quel romanticismo sfrenato, quel sentimento così forte e totale per un’altra persona: dedizione assoluta e orgoglio di averla almeno come amica, una donna talmente intensa e completa…
Piansi per tutta la sera. Restai fuori a cena. Poi passeggiai da solo per la città, ed ogni tanto il mio pianto ripartiva: scrosciante, tenero, pulito… Piangevo anche sulla mia purezza, sulla purezza dell’amore che avevo “costruito”, sulla mia capacità di resistere a tutti gli ostacoli per realizzare quel mio assurdo proposito: essere “fedele” tutta la vita ad una donna che non mi amava.
E con quelle ore di pianto mi svuotai, svuotai la mia anima dalla sua presenza, la “pisciai” fuori dalla mia vita, si potrebbe dire in un modo molto molto volgare (scusate anzi, se in quest’orgia di romanticismo inserisco un’espressione così volgare, ma la metafora rende troppo bene la cosa). E da quel momento cominciai a guardare anche altre donne. Non così, solo per distrarmi o per passare il tempo, ma proprio per capire chi erano. Donne diverse da lei, belle in tutt’altro modo, con altri stili, con altri caratteri, con altri sguardi… E alla fine diventai amico con Vera, una giovane insegnante, anche lei assistente all’università. Era carinissima, quanto Marta, ma era meno pazza, e meno sfrenata nel buttarsi in amore. Era una ragazza “per bene”, insomma, intelligente e profonda. Con lei la mia anima si riposava dalle sofferenze patite con Marta, la sua presenza era come un balsamo profumato che mi curava e mi rigenerava.
Restammo in quella zona neutra che sta al confine tra l’amicizia e l’amore comunque, e non andammo mai a letto insieme. Io non tradivo mia moglie, amavo tanto anche lei ormai, seppure in modo diverso rispetto a Marta; e con Vera non varcai mai quel confine. Ma ogni tanto, sempre più frequentemente, cominciai a sentirmi sciogliere il cuore quando stavamo insieme: all’università, a cena con i colleghi, passeggiando per le strade della città nelle pause di lavoro.

E stavolta si, mi scordai veramente di Marta, e dopo un po’ non mi ricordai più la sua faccia, e neanche la sua voce; tanto che quando la risentii al telefono, quel giorno di aprile del 2007, non la riconobbi.
“Ehi! Non mi riconosci più?!?” mi disse quando aveva sentito la mia perplessità di fronte al suo iniziale ed entusiasta “Ciao Franco, come stai?!?”.
Allora io, a quella seconda frase, fui come illuminato. Fui risucchiato in un vortice che mi riportò immediatamente nel mio passato, a quella sera d’estate, sulla terrazza del ristorantino, a quel vestitino marrone scuro, al calore estivo del suo corpo attaccato al mio… E mi inginocchiai di nuovo, subito: “Ehi, certo che ora ti riconosco! Sai… è passato così tanto tempo! Ma ti ho pensato sempre, sempre…” E poi aggiunsi: “Io per te ci sono sempre, lo sai…” E ricordando quella promessa, paradossalmente, per la prima volta, potei esprimerle senza freni la mia tenerezza per lei, giustificato dal fatto che essere tenero in quel momento rappresentava un vero dovere morale e non l’appiccicosità fastidiosa di un innamorato eccessivo.

Aveva acquistato un lieve accento americano e ogni tanto buttava lì un’espressione in inglese tipo “yeah” o “shure”. Tutto questo la rendeva di nuovo strana ai miei occhi, e nuova, e diversa, per cui mi riconquistò subito e vidi sparire Vera nei recessi più reconditi della mia memoria, come se fosse un incontro fatto tanti, tanti anni prima.
Era di nuovo a Firenze. Era tornata perché la storia con il giovane americano aveva toccato il capolinea, stavolta per sua scelta. Troppo infantile, troppo leggero il tipo, e lei si era stancata. Aveva avuto nostalgia dell’Italia ed era tornata.
“Senti, se capiti a Firenze, chiamami dai, che facciamo una delle nostre chiacchierate…” concluse. Ed io, già emozionatissimo solo per averla risentita, le dissi con fare sicuro: “Certo, certo…” Ma sapevo bene che stavolta avrebbe dovuto richiamarmi almeno un’altra volta, perché io rischiassi di vedere riaprirsi la ferita semi-mortale che a sedici anni mi aveva inferto quella sua frase “…non mi piaci fisicamente”; quella ferita che finalmente, dopo una lunghissima convalescenza, ora si era chiusa del tutto, rimarginata completamente…
Si sa com’è: un rifiuto in amore, soprattutto se è dovuto a motivi estetici, ti lascia una ferita profonda; che si può rimarginare si, ma che si riapre regolarmente ad ogni nuovo rifiuto. E ogni volta che si riapre ti dà un po’ di dolore in più rispetto alla volta precedente.
E di quello avevo il terrore io: di riprovare ancora un po’ più forte, quel sottile dolore.
Ma c’è un momento in cui, se hai scelto di abbandonarti ad un grande amore unilaterale, soffrire diventa una specie di dovere, e devi affrontare ogni rischio per essere fedele alla tua promessa, al tuo ideale, a te stesso. E alla sua seconda telefonata, tre settimane più tardi, volli, dovetti acconsentire.

***

Andai a Firenze in treno e lei venne a prendermi alla stazione.
Ci misi un po’ per individuarla tra la piccola folla che all’inizio del binario aspettava gli arrivi. Ma fu lei che, alzando la mano da lontano, si fece riconoscere. Aveva i capelli lunghi e un po’ mossi ora, con la riga nel mezzo; un maglione nero a collo alto sopra dei jeans celesti; degli stivaletti neri con un piccolo tacco e sopra a tutto un cappotto nero, lungo e abbastanza largo. Il colore dei capelli era tornato castano chiaro, ma si vedeva che era un colore confermato da una tinta. La sua faccia era un po’ invecchiata, ma i suoi occhi erano sempre vivi e luccicanti. Quando fece i quattro passi per venirmi incontro, rividi la sua camminata flessuosa e la sua postura sensuale, che gli anni in America forse avevano consolidato, esimendola da qualsiasi piccola rigidità di atteggiamento che in genere le persone acquistano andando avanti con l’età.
Quando mi abbracciò con foga prima di dirmi un semplice “ciao!!!”, fui inondato dal suo odore e tutto mi ripiombò addosso: la mia passione per lei, i dolori provati per ogni suo rifiuto, la nostalgia della mia adolescenza e la voglia di guardarla, di squadrarla, di esaminarla in quella nuova versione.
Appena si staccò infatti cominciai a scannerizzarla: la faccia, gli occhi, i capelli, le gambe, le scarpe, il suo cappotto elegante, forse di cachemire… Cominciai a gustarmela insomma, mentre la ascoltavo in silenzio parlare del più e del meno e cercavo di studiare e preparare bene le frasi che lei avrebbe voluto sentir dire da me.
Che poi dissi, quelle frasi, tutte. Domande interessate sulla sua vita, curiosità particolari che stimolavano la sua voglia di parlare, complimenti che rispondevano alla sua necessità di rinascere, di rigenerarsi, di risentirsi una “dea” di fronte al mio sguardo trasfiguratore…

Mi portò a casa sua e lì mi inebriai della sua essenza. Mi impregnai dei suoi colori, dei suoi odori e mi sentii finalmente arrivato nel mio tempio, come un pellegrino che da decenni cammina senza posa su un suo sofferto cammino di Santiago.
Mi mossi con cautela, sfiorando le cose con lo sguardo e anche con le mani. Lei si tolse il cappotto, versò da bere del bourbon e continuò a raccontarmi. In America era stata bene, si era arricchita, di soldi e di esperienze. Anche suo figlio era stato bene, ora parlava correntemente due lingue e quando lei aveva deciso di tornare l’aveva pregata di restare là o per lo meno di tornarci prima o poi, quando lei avesse soddisfatto la sua esigenza nostalgica del ritorno. In Italia avrebbe messo su un’attività di export con gli States: abiti firmati, artigianato italiano, cibi caratteristici… E senz’altro sarebbe diventata ancora più ricca.
Ad un certo punto mi portò a vedere la sua stanza-guardaroba, piena zeppa di vestiti firmati, di scarpe, di giacche, cappotti e quant’altro. E ogni tanto indossava un capo e mi si mostrava dicendo: “Guarda questo, come mi sta?” etc. etc.
Voi capite: fui travolto dalla sua maestria estetica, dal suo stile, dalla sua classe. E mi risentii di nuovo inadeguato, inferiore, del tutto fuori dal suo target. Ma era tanto il bisogno che lei aveva di parlare con uno che la capisse, che la ascoltasse, che le rilanciasse un’immagine bella di sé, che risentii di nuovo di averla in mano, in fondo. Ripensai a Vera allora, alla sua carineria semplice e non vistosa, ai suoi abiti tutti blu e beige, classici delle brave ragazze borghesi; e al suo modo pacato e dolce di interloquire, mai concitato e mai esibizionista. “Si – mi dissi – In fondo lo devi fare, di farti travolgere da Marta, lei ne ha bisogno… Oltre che un piacere ormai è anche un dovere”. Ma proprio per quello fu un piacere più intenso, e privo di quei sensi di colpa che spesso inquinano, magari impercettibilmente, ogni piacere puro. E mi lasciai andare completamente a lei. Finché, quando fummo alla stazione, di fianco al treno che avrei dovuto prendere, lei all’improvviso mi mise le braccia al collo, accostò le sue labbra alle mie e mi baciò dolcemente sulla bocca.

Vi potete immaginare: quel bacio arrivava dopo venticinque anni di attesa e rilanciava tutto, alla grande. Lì mi sentii veramente mischiato con lei. Se quella sera, nella terrazza del ristorantino, avevo solo assaggiato il suo corpo, subodorato, ora lo sentivo; sentivo le sue labbra carnose, la sua lingua sciolta, la sua saliva, il suo sapore, tutto. Li mi sentii penetrato dalla sua energia, annullato, divorato dalla sua bocca. E sparii, di nuovo.
Ripensai a quel bacio per tutta la settimana successiva, sempre, solo a quello… Ogni altro pensiero sparì dalla mia testa e cercai solo di immaginarmi l’occasione in cui avrei potuto di nuovo sentire quella bocca. Ma non osai richiamarla. E quando lo fece lei, due settimana dopo, facemmo finta di niente. Lei non accennò in alcun modo a quel bacio e neanche io lo feci, naturalmente. Continuammo in pieno sull’onda dell’amicizia ed io pensai che forse lei lo faceva per non mettere in crisi il mio matrimonio. Metteva di nuovo una barriera tra me e lei per non destabilizzarmi… Ma chissà se poi era così. Probabilmente no. Era solo un mio modo per raccontarmela, per illudermi…
Quel bacio comunque tagliò in due la mia vita: “prima del suo bacio” e “dopo il suo bacio”. Praticamente il mio vero e classico “primo bacio”, la pietra miliare erotico-sentimentale di ogni vita che si rispetti, era arrivato a più di quaranta anni, quasi da vecchio, insomma.
Ma che bello però anche questo: provare l’emozione indicibile del “vero primo bacio” a più di quarant’anni, essere riscaraventato di colpo in uno stato d’animo e mentale puramente adolescenziale, ricominciare tutto da zero. Era l’ennesimo dono inaspettato che “la mia dea” mi faceva, era l’ennesimo frutto che quella mia scelta assurda di mettermi alla prova in un amore unilaterale mi procurava. E fui felice, per almeno sei mesi, per quel semplice, unico bacio della mia Marta.

“Dopo quel bacio son fatto divino…” dice Jacopo Ortis dopo che ha baciato per la prima volta la “sua” Teresa. Ed io infatti mi ricordai all’improvviso dei miei studi di liceale, dei discorsi che facevano i romantici sull’amore sacro, discorsi che mi avevano fulminato, pur nell’inconsapevolezza dell’adolescenza, e che forse erano stati all’origine di quella mia scelta sciagurata e divina, si: “Dopo quel bacio son fatto divino…” Ora capivo, in pieno…
Che volete che vi dica. Dopo quel giorno non ci vedemmo per mesi. Io non osai più toccare quel tasto del bacio. Avevo il terrore che lei, magari un po’ infastidita, mi spiegasse che me lo aveva “concesso”, quel bacio, quasi per pietà, per compensarmi della mia fedeltà assoluta e non perché in fondo desiderava darmelo. E preferii non approfondire, evitare, glissare. Rimanemmo sul piano dell’amicizia affettuosa e io non le chiesi mai di rivederci, sicuro che prima o poi me lo avrebbe chiesto lei.
Ma lei non lo fece, con mia somma, inevitabile e coattiva delusione. E in seguito capii il perché.

Due mesi dopo quell’incontro, lei aveva scoperto di avere un tumore e aveva deciso di non dirmi niente: per discrezione, o per pudore, o solo per vanità, chissà. La cosa poi era andata avanti in modo fulminante e un giorno lei mi chiamò per l’ultima volta: “Franco vieni, sto morendo…”
Non mi aveva detto niente fino alla fine, ma prima di morire voleva assolutamente rivedermi.
Andai in ospedale e lei chiese ai presenti di lasciarci soli. Poi mi fece sedere di fianco a lei sul letto, mi prese le mani tra le sue e disse: “Ora so che tu sei l’unico che ho amato, Franco, l’unica persona seria e vera della mia vita, l’unica che mi ha saputo amare per quello che sono stata, in tutto e per tutto… E sei l’unico che porterò con me ora, al centro dei miei pensieri, per sempre…” Mi strinse le mani con una forza imprevedibile per una persona che sta per morire, e finalmente la sentii definitivamente mia, si.
Non ridete ora, e non pensate: “Eccerto! Si è concessa quando stava per morire! Bello sforzo…e bella soddisfazione per te!” Io lo so bene che chiunque penserebbe questo, ma io mi sentii completo in quel momento ed ebbi la prova, o meglio, la prova della possibilità, che l’amore, quando è totale, può anche essere eterno. Questo pensavano i romantici e questo, pur non essendone pienamente cosciente, ho pensato io per tutta la vita, restando fedele al mio sogno folle.
Dopo la sua morte sono stato sereno infatti, placido… Non ho sentito più alcun tormento e se ho avuto disgrazie le ho affrontate con la massima serenità. E sapete cosa ho pensato, vero, lo immaginate… Ho pensato che era lei a proteggermi e a darmi tutto quello che non mi aveva dato in vita.
Quando per la prima volta andai sulla sua tomba, due anni dopo la sua morte, vidi che sulla lapide aveva fatto mettere la sua foto con quel vestito marrone scuro che aveva indosso la sera in cui ballammo, stretti stretti, sulla terrazza del ristorantino vicino al “nostro” paese…

Nota finale dell’autore.
E’ inutile che vi dica che una certa sdolcinatezza presente in questo racconto-diario è voluta, anzi, volutamente accentuata, ma molti, per esperienza, sanno anche che l’archetipo dell’amore romantico è sempre presente nelle nostre anime, anche in un’epoca in cui il senso comune sembra considerarlo una dimensione psichica ormai superata.
Mi sono sempre chiesto quali fossero, al di là degli intellettualismi e dei vari spiritualismi misticheggianti, i sentimenti reali che gli artisti romantici provavano per le donne di cui si innamoravano e che ispiravano le loro opere. Qui ho cercato di spiegare a me stesso e a chi mi legge quali fossero e come si manifestassero gli stati d’animo di estasi e di dedizione che li spingevano a concepire le loro idee sull’amore.
Forse era anche la repressione sessuale in vigore in quell’epoca che li spingeva a spiritualizzare l’amore, ma forse no, chissà… Forse, se uno si lascia andare del tutto ad una attrazione molto forte (e questo accade soprattutto negli amori non corrisposti), prova una vera e propria ex-stasis, che lo avvicina veramente a dimensioni ultraterrene. E’ solo un’ipotesi naturalmente, a voi dire se è possibile o no.

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